Ze Fiuciur

Siamo partiti a quattordici anni con una borsa. Dentro c’era tutto: le scarpe, il ricambio, il futuro. Pesava poco, allora — lo chiamavamo Ze Fiuciur, in una lingua sbagliata, e ridevamo.

Ci siamo giocati tutto prima di capire cosa ci fosse in ballo. Facevamo la vita dei grandi: le chiavi in tasca, nessuno che ti aspetta, le domeniche vuote. Ce la siamo cavata. Non è poco.

Quarant’anni dopo, una cena nel mezzo del nulla, pianura padana. In nove attorno al tavolo, e camminano bene in quattro: ginocchia, caviglie, viti, ferri — l’inventario dei danni. Ma gli occhi sono gli stessi. Stesso sguardo. E appena s’apre bocca, stesse cazzate. Qualcosa s’è fermato in quegli anni. E fermandosi, s’è salvato.

Allora sono andato a bussare, porta per porta. Credevo di fare io il giro: tornare a prendere i ragazzi, uno alla volta, dove il tempo li ha lasciati. Succede il contrario. Ogni volta, a un certo punto, è uno di loro che torna per me. Tutti, da qualche parte, aspettiamo qualcuno che torni indietro a prenderci.

Ze Fiuciur. Di tutti i futuri promessi, è l’unico che si è presentato all’appuntamento.

Vi voglio bene.